29.11.08

Poesia


L'ipotesi

Di un rosso torvo la vena
pulsa alle mie tempie
nella notte profumata di semenza
ormai matura per essere credenza

perchè si fa più grande il vuoto,
di ogni assenza ho perso il mondo
diamante dentro l'unica finestra.


Sfatta sui ruderi dei templi
vecchia mi perdono le preghiere
spalancate verso il cielo
come uve o nespole perdute
in un granaio diventato pane
che piange ciò che ha perso
e... ricomincia a coltivare il gelso.



24.11.08

Tempi moderni ?



mio nipote 3 anni e mezzo

Dicono che il mondo è cambiato. Ogni mattina, ancor prima di aprire la finestra sappiamo già che tempo farà, che cosa faremo nel corso della giornata, quali gli appuntamenti, gli impegni, le scadenze. Abbiamo programmato tutto, pianificato ogni dettaglio, legato ogni attimo all´orologio se non al cronometro. Dominano l´informazione e la disinformazione, la fame di notizie e la sete di verità. Abbiamo a disposizione radio e giornali, televisioni e computer, telefoni fissi e “cellulari” mobili. I funghi non crescono più, o crescono meno, ma spuntano antenne di tutti i tipi ed in tutte le direzioni. Il carro, che fino a cinquant´anni fa era mezzo di trasporto usuale, lo si trova soltanto al museo. L´automobile domina la nostra vita ed è causa di morte; occupa spazi che fino a ieri l´altro erano deputati al gioco dei bambini o alla conversazione degli adulti. Il cavallo è diventato un quadrupede da diporto, compagno di escursioni per ricchi; la vacca una povera bestia, ridotta al rango di lattifera, con mammelle da supermaggiorata, spesso mal sopportata perché... “puzzolente”. Si consumano profumi e detergenti a vagonate, si affollano le farmacie e si assillano i medici per un nonnulla. Si ha paura della morte e si ha paura della vita. Si crede in molti dèi e non si crede più in quell´Unico che bastava per tutti. Le unioni si sono fatte fragili e le divisioni sono pane quotidiano. La parola “amore” è sulla bocca di tutti, proclamata in mille salse, e quasi sempre usata a sproposito. Gli odi dominano il pianeta. I figli sono diventati merce rara, spesso contesi, prodotto di scambio nelle cause matrimoniali. Non si emigra più. Importiamo manodopera. Esportiamo armi ed alziamo barriere contro la temuta invasione di popolazioni straniere. Già il 4% di chi vive nel Nord-est ha una pelle di colore diverso o un idioma per molti versi incomprensibile. I loro figli riempiono gli spazi e le aule lasciate vuote dai nostri o da quelli che non abbiamo.Un tempo, le porte di casa erano spalancate, forse perché c´era ben poco da rubare. Adesso, se non c´è la porta blindata non si va neanche dal giornalaio. Crediamo di essere nel futuro e siamo ripiombati nel medioevo delle cittadelle fortificate e delle ronde notturne per strada. Si vive più a lungo e si invecchia più tardi. C´è il parto “indolore” e si muore da soli; bene che vada, con una “badante”, grazie alla quale possiamo evitare la struttura sanitaria assistenziale. Un tempo si chiamavano case di riposo, ma evocavano il “riposo eterno” e non è sano ricordare che la morte è come un´ombra: ti accompagna ad ogni passo. Di questi tempi sono cambiate molte cose e si sono modificati persino i sostantivi. Qualche esempio di ipocrisia delle parole: la polenta è diventata “pasticcio di mais”; il baccalà “pesce veloce del Baltico”; il contadino “vignaiolo”; l´ubriacone “intenditore di vini”; l´obeso “buongustaio”. Solo i miserabili hanno mantenuto il nome ed il peso dei loro reati. Se a rubare è un poverocristo si chiama “ladro”; se lo fa il potente di turno diventa, al massimo, “appropriazione indebita”. Se una disgraziata vende se stessa è “puttana”; se lo fa una signora perbene è una “che si gode la vita”. Gli esempi sono infiniti. Le mense abbondano di derrate esotiche. I campi verdeggiano di colture intensive o dei cespugli che stanno dominando gli incolti. All´orizzonte si stagliano assunti perentori e minacciosi: OGM, manipolazione genetica, dominio della tecnica sulla natura. Si fanno prove in provetta. Si brevettano le piante e la vita. Tutto questo, tutto quanto, è accaduto in un soffio, in pochi decenni. Stiamo meglio? Siamo migliori dei nostri poveri vecchi, che erano poveri e faticarono a vivere fin dall´infanzia? Ognuno di noi se lo chiede, talvolta, magari la notte quando, insonne, pianifica il giorno a venire. Ognuno, probabilmente, si dà una riposta di comodo. Eppure i figli della terra, gli uomini dei campi, che sono poi i nostri padri, vissero brandelli di vita che, riletti con l´occhio di oggi, assumono i toni di un´esistenza ordinata. Se vi capita di chiederlo a loro, ai nostri vecchi, vi diranno che stavano meglio quando stavano peggio. Nel linguaggio corrente: si accontentavano di poco e gioivano per il ragionevole. Adesso abbiamo di tutto, di più. In questa bulimia da possesso s´è smarrita la bussola della semplicità, del nascere e del vivere, dell´invecchiare e del morire secondo le leggi millenarie della natura.


18.11.08

La memoria negata di Seveso

L'altra sera assistendo ad un programma sportivo domenicale, in onda su una TV locale, una coppia di conduttori si gingillava, apparentemente felice della propria ignoranza, sulla posizione dell'accento tonico da attribuire ad una cittadina lombarda: Sèveso o Sevèso? Si dice Sèveso, ma forse questo è poco importante anche se si tratta di un centro di poco meno di 20 mila abitanti, sito non esattamente nel Mali, ma tra Milano e Como, e che vanta anche una squadra di calcio che ogni domenica, nella sua categoria, cerca di guadagnarsi i tre punti. Più importante sarebbe stato che i due conduttori, anche se giovanissimi, avessero saputo che poco più di trent'anni fa, esattamente alle 12.37 di sabato 10 luglio 1976,( io allora lavoravo a Milano è ho vissuto in diretta quegli avvenimenti) nello stabilimento della società ICMESA di Meda, confinante con Seveso, un reattore destinato alla produzione di triclorofenolo, un componente di diversi diserbanti, perse il controllo della temperatura. L'apertura delle valvole di sicurezza evitò l'esplosione del reattore ma l'alta temperatura causò una massiccia formazione di diossina (TCDD), una delle sostanze note maggiormente tossiche. Si è quindi formata una nube tossica che ha colpito in particolare il territorio di Seveso. Le prime avvisaglie furono l'odore acre e le infiammazioni agli occhi. Alcune persone subirono delle degenerazioni della pelle (cosiddetta cloracne) mentre gli effetti sulla salute generale sono ancora oggi oggetto di studi. È infatti opinione della popolazione locale che sia aumentata la percentuale di tumori. Sta di fatto che le abitazioni comprese nella zona A (la più colpita) furono demolite e il primo strato di terreno venne rimosso. Dopo 10 anni, in questa zona è sorto il Bosco delle Querce. Immediatamente dopo l'avviso - avvenuto 8 giorni dopo - iniziarono a circolare voci di possibili malformazioni dei feti e molte donne gravide abortirono presso ospedali o cliniche anche di altri Stati. Una tragedia ecologica, insomma, una delle più gravi che hanno colpito il nostro Paese. Ci verrebbe da dire che, per rispetto, sarebbe meglio non scherzare su un nome che è diventato il simbolo stesso di una minaccia sempre più incombente sulla nostra vita. Ma lo diciamo solo sottovoce, anche perché ci siamo accorti che nell'elegante sito ufficiale del comune di Seveso, alla voce «storia», questa pagina è stata saltata a piè pari, quasi a voler rimuovere anche il ricordo di una tragedia che trentuno anni fa ha sconvolto la vita e la stessa geografia di questa cittadina operosa. Lo hanno fatto per non spaventare i turisti?
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15.11.08

Amarcord !


Nella prima parte della mia vita, quella che corrisponde al periodo fra il 1947 e il 1966, ho abitato con la mia famiglia a Chieti, dove è avvenuta la mia formazione primaria, ammesso che si possa definire così l'acquisizione delle coordinate principali della vita, le prime esperienze conoscitive, la scuola elementare, l'imparare ad andare in bicicletta, le sassate, l'apprendimento del dialetto con un accento contadino. Mi ricordo il giorno che mia madre mi disse, che se imparavo a servire alla Messa, poi ogni 7 messe una sarebbe diventata mia e tutti gli sforzi che facevo per imparare, allora era in latino, con Cecchino che stava studiando da prete e tutti i pomeriggi mi faceva esercitare alla chiesa della Madonna della Vittoria. Io pure abitavo in contrada Madonna della Vittoria, ma da tutt'altra parte della chiesa, spostato verso l'interno in campagna, quella che mio padre coltivava, per hobby diceva lui, in aggiunta alle otto ore che passava alla Fornace Di Cannone dove, tutto il giorno, cuoceva i mattoni. Quindi ogni volta che andavo a messa mi dovevo fare un paio di chilometri, a piedi, per strade sempre sterrate di campagna. Mi ricordo anche a settembre quando si andava alla festa di quartiere, quella con le "nucelle e li lupine" con tutti i giochi e la pupa e la cassaarmonica con i cantanti. Io ci andavo con mia sorella e la mia mamma mi dava cinque lire di carta, quelle di colore azzurro che avevano le dimensioni di un cento euro di adesso. Mi è sempre piaciuto parlare in dialetto fin da allora, anche se mi dicevano che il dialetto lo parlavano solo li "cafune" e io ogni volta che ritornavo da Milano, dove ero andato a lavorare , continuavo a parlarlo benché con il tempo la mia parlata si era mischiata a tanti altri dialetti imparati in Lombardia e risultava sensibilmente corrotto rispetto alla sua purezza originaria. Eravamo poi finiti a Chieti dalla campagna, in un altro quartiere, la Madonna degli Angeli, che allora non aveva molti abitanti, e la fornace a Chieti Scalo dove lavorava mio padre, era ormai un ricordo perchè lui si era specializzato in rivestimenti interni ed esterni e riusciva a guadagnare bene come muratore. Eravamo andati via da dove abitavamo, una casa con annesso terreno a mezzadria che mio padre, dopo aver passato le sue otto ore alla fornace, coltivava tutto a mano senza nessuna aiuto da parte nostra che eravamo piccoletti. Io e mia sorella, allora avevamo otto e nove anni e mi ricordo che la principale cerimonia del mezzogiorno, in questa nostra età del miracolo, era la preparazione dell'acqua frizzante con le cartine di sostanze carbonate che movimentava per qualche momento l'ora di pranzo. L'acqua minerale denominata "poveristica" veniva ottenuta con una bustina di sali imprecisati (e talvolta con due bustine, operazione acrobatica perché implicava la necessità di richiudere tempestivamente la bottiglia prima che la reazione chimica della seconda bustina si sviluppasse facendo scappare via metà dell'acqua) sciolti in un litro di acqua di fonte. L'acqua frizzante veniva allora canonizzata nella poesiola riportata sulla scatola dell'Idrolitina. Diceva l'oste al vino: «Tu mi diventi vecchio; ti voglio maritare all'acqua del mio secchio». Rispose il vino all'oste: «Fai le pubblicazioni; sposo l'Idrolitina del Cavalier Gazzoni». Eravamo, allora, senza saperlo nella fase più poetica della pubblicità e dello sviluppo del brand. L'ossessione verso i comunisti e il pericolo che rappresentavano per la civiltà occidentale e cristiana, e verosimilmente per l'umanità intera, era giustificata anche dall'adorazione cieca del sovietismo da parte del Partito Comunista italiano con una bandiera raffigurante la falce e il martello. Allorché «l'Unità» di venerdì 6 marzo 1954 («una copia lire 25») annunciò con la prima pagina listata a lutto «Stalin è morto», spiegando in un catenaccio che «Il Capo dei lavoratori di tutto il mondo si è spento ieri sera a Mosca alle 21 e 50», l'occhiello sotto la testata recitava: «Gloria eterna all'uomo che più di tutti ha fatto per la liberazione e per il progresso dell'umanità». Erano evidentemente tempi sobri, senza retorica. In famiglia si diceva, un po' sostenuti: «Noi siamo lavoratori, ma quello lì non era mica il nostro capo, io sono un comunista italiano e vado anche in chiesa... e si perche la mia mamma se non ci si confessava e comunicava a Pasqua, mica ci faceva mangiare e, mio padre, comunista, si adattava e quel giorno si andava sempre dai frati, perchè lui mi diceva, avevano la manica larga e non avrebbero esageravano con gli ave e i pater...». La posizione cattolica verso i comunisti era già stata codificata dalla Chiesa quel 13 luglio 1949, due anni dopo la mia nascita, allorché il Sant'Uffizio emanò la direttiva secondo cui «chi è marxista, comunista o ateo non può essere assolto». C'è da chiedersi magari perché un ateo possa desiderare l'assoluzione, ma vabbè, non stiamo quì a sindacare, mio padre, buon'anima, mica gle lo diceva a frate Alberto di che partito era... tanto, mi diceva, il voto era segreto... eravamo noi in casa che ce lo dovevamo sopportare per un anno intero, sopratutto quando ritornava a casa con le mani screpolate dal freddo e per curarsele, metteva a sciogliere la cera delle candele nel coperchietto della "Guttalin", quella della scatoletta del lucido per le scarpe e, poi se la metteva sulle dita per cercare stoppare e curare, riducendo le numerose crepe che gli si aprivano sulle dita, il giorno, a contato con la calcina. Forse l'assoluzione valeva per il punto di morte, quando molti atei cedono al dubbio e aderiscono alla scommessa di Pascal. Poco più di un anno dopo, nell'agosto 1950, Pio XII con l'enciclica Humani Generis condannò una sequela lunghissima di peccati filosofici contemporanei (immanentismo, idealismo moderno, storicismo, esistenzialismo, relativismo dogmatico: non si salvava nessuno, ma tant'è che nell'Italia contadina di alllora non ci si faceva nemmeno caso, perchè altri erano i problemi, sopratutto quello di riempire la pancia giornalmente). L'11 novembre dello stesso anno, a conclusione del Giubileo, dopo la canonizzazione della vergine martire Maria Goretti, simbolo della purezza insidiata, papa Pacelli proclamò il dogma dell'assunzione corporale di Maria madre di Cristo. La passione per i giornali, le notizie, i titoli, nacquero in me piuttosto presto. Il filosofo per eccellenza del pessimismo cosmico, Schopenhauer, sosteneva che «solo gli imbecilli aspettano con ansia l'ultima notizia»: ecco, io faccio parte indiscutibilmente di quella categoria. Mi ricordo Il primo numero del «Giorno» di sabato 24 aprile 1956, nove anni, che apriva con il titolo a sette colonne "La distensione a Londra" e riferiva dei discorsi pronunciati nella capitale inglese dal dimenticato maresciallo Nikolaj Bulganin e da Nikita Krusciov. Il giornale conteneva una rubrica di Franca Valeri e i servizi sportivi curati da Gianni Brera. Poco dopo interveniva nientemeno che la buonanima di Croce sulla storia dei Savoia («Sono rimasto vivamente commosso» scrive pensoso il maestro «quando ho appreso che Marìa José, l'ultima regina d'Italia, volgendosi agli studi storici...». A quanto riporta il filosofo, l'ex sovrana si era messa a lavorare negli archivi di Chambéry). Ne è passato oggi di tempo e tante cose sono cambiate...


11.11.08

Se in questi giorni il PC si resetta continuamente !

Se in questi giorni il PC si riavvia continuamente! Mi è successo giorno nove, segnalandomi la presenza di un maledetto TROJAN, che io frettolosamente ho cancellato, costringendomi poi a riformattare tutto. Sappiate che la colpa è della casa produttrice del noto antivirus gratuito che questa volta ha cannato in maniera miserevole. Molte persone hanno avuto lo stesso inconveniente, speriamo che non abbiano fatto come me, evitando una grossissima perdita di dati e di tempo.


È un evento tanto pesante quanto insolito quello che ha colpito in queste ore AVG Technologies (ex Grisoft), società che sviluppa l'omonimo e famoso antivirus per Windows. L'aggiornamento delle firme virali distribuito da AVG domenica si è infatti rivelato, per alcuni utenti, una vera e propria bomba a scoppio ritardato.

L'update riconosce erroneamente come infetti due file di sistema di Windows, user32.dll e winsrv.dll, e di conseguenza propone all'utente di "curarli" o di metterli in quarantena. In entrambi i casi il risultato è che, alla prima riaccensione del sistema, Windows si blocca in fase di caricamento con un messaggio di errore.

Chi fosse incorso nei due falsi positivi, ma non avesse ancora riavviato il proprio PC, può ripristinare i file cancellati da AVG accedendo alla sezione Virus vault di quest'ultimo, selezionare user32.dll e winsrv.dll, e cliccare su restore. Chi invece ha appena riavviato il proprio sistema, trovandosi davanti ad una schermata blu, può ripristinare i file mancanti servendosi del CD d'installazione di Windows o di un altro supporto di boot, e seguendo le istruzioni riportate nei link più sotto.

Apparentemente il problema riguarda solo Windows XP, trovando immune Windows Vista: il motivo va probabilmente ricercato nelle più efficaci misure di protezione adottate da Vista per proteggere i file di sistema.

Il malware rilevato da AVG 7.5 e 8 nei due file di Windows è PSW.banker4.APSA. Paradossalmente, l'aggiornamento del noto antivirus ha fatto più danni di quanti avrebbe potuto farne il virus stesso.

Già dalla mattina del 9 novembre hanno cominciato ad apparire su forum e gruppi di discussione (v. qui, qui e qui numerose segnalazioni del problema e, a distanza di qualche ora, le prime soluzioni per ripristinare l'operatività di Windows. L'argomento è persino entrato a far parte del famoso database di quesiti Yahoo! Answers.

Suggerimenti su come ripristinare il riavvio di Windows vengono forniti anche sul sito del distributore italiano di AVG e sul forum ufficiale di AVG Free. Nel momento in cui si scrive non si scorge invece alcun avviso sull'home page di free.avg.com.

Secondo molti utenti un simile errore sarebbe dovuto emergere come evidente anche al più superficiale dei test. Ma la società ceca, di cui Intel possiede per altro un'ampia partecipazione azionaria, non balla da sola: solo pochi mesi fa il ben più blasonato Norton Antivirus di Symantec ha messo fuori uso migliaia di PC cinesi, ed anche in quel caso il problema era dovuto ell'errato riconoscimento di un virus in un file di sistema. Più indietro nel tempo, McAfee scambiò per malware diversi componenti di Office, con le conseguenze che si possono immaginare.

10.11.08

Immigrati


"Sono briganti, lazzaroni, fannulloni, corrotti nell’anima e nel corpo... Siamo certi che i nostri capitalisti non riceveranno beneficio alcuno dall’importazione di queste locuste". Può sembrare cronaca italiana recente, eppure a parlare non è un politico fautore delle cannonate sui gommoni né un cittadino che vede minacciata la sua sicurezza. Correva l’anno 1890 quando queste parole apparvero sull’Australian Workman e le "locuste" in questione erano gli italiani. Forse ce ne siamo dimenticati, eppure c’è stato un tempo, neanche molto distante, in cui sulle carrette del mare c’eravamo noi. E’ un pezzo di storia che preferiamo non raccontarci, salvo per quei pochi zii d’America che ce l’hanno fatta, nella convinzione che agli altri, per integrarsi, sia bastato un duro e onesto lavoro. Purtroppo per molti non è andata così. In 27 milioni lasciarono l’Italia tra il 1876 e il 1976, come pure mio nonno paterno, mai ritornato a casa, per cercare fortuna in America, Australia, Brasile, Argentina, Svizzera, Germania e le terre promesse offrirono spesso solo odio, umiliazioni, sfuttamento. Cioè quello che trovano molti immigrati che oggi approdano alle nostre coste. Il paragone non calza? Noi eravamo diversi, migliori? La storia ci dice che non è vero, che ogni accusa rivolta oggi a loro è stata mossa ieri a noi. Come loro eravamo clandestini, attraversavamo di notte le Alpi, anche in pieno inverno, tentando di sfuggire ai controlli di frontiera francese, che fermavano circa 80 persone al giorno solo nella zona di Ventimiglia, ospitate in " un immondo casermone dove le camere offrono come comfort un po’ di paglia umida, vento gelido garantito a tutti i piani, vetri alle finestre serviti come obiettivi a tutte le artiglierie del mondo." Ci ammassavamo sui ponti e nelle camerate di terza classe dei transatlantici, per giorni, in condizioni invivibili, superando di gran lunga la capienza effettiva della nave e senza essere registrati ". Quando, nel 1927, affondò il "Principessa Mafalda" al largo del Brasile, il Corriere della sera fece un titolo a tre colonne e questo sommario: "Sette navi accorse all’appello.1.200 salvati. Poche decine le vittime". Erano 314.