30.1.09

27.1.09

La noia


«Vi prego ragazzi, annoiatevi!». Con questa esortazione ci salutava il professor Zi Zolfi, di filosofia l'ultimo giorno di scuola. Era il suo modo di augurarci buone vacanze. La noia allora prendeva le forme di lunghe giornate calde, senza impegni e senza nuvole, al mare o in campagna. Spesso si restava senza televisione e allora non c'era molto altro da fare se non leggere, dormicchiare, sognare ad occhi aperti. La noia aveva una qualità seducente, era un tempo circolare, dilatato, che bisognava riempire con gli amici o con se stessi, senza temere il vuoto o la mancanza di stimoli. Semplicemente si poteva stare senza far niente, acquattati su un muretto o sdraiati sotto un albero, potendosi affidare ad una propria vitalità interna dalla quale lasciar scaturire idee, pensieri, sogni… il concetto di noia era associato alla solitudine, alla capacità di stare soli intesa come risorsa, «felice è l'uomo che sa stare solo in una stanza» diceva il filosofo Pascal. La noia che invocava il professore era in un certo senso una noia creativa. Adesso la parola noia evoca piuttosto scenari di angoscia o depressione, pigrizia, passività, qualcosa insomma da contrastare invece che assecondare, come se l'incontro con se stessi, in assenza di stimoli esterni, fosse foriero di brutte sorprese e non l'occasione per compiere un'esperienza di scoperta o di conoscenza. Credo che la paura sottostante sia quella di incontrare un vuoto incolmabile o di dover far fronte all'inevitabile fatica che costa il misurarsi con se stessi. Sfuggire alla noia e alla solitudine diventa perciò una necessità impellente e sembra che la nostra società abbia capito fino in fondo quali vantaggi economici comporti andare incontro a questa esigenza dei ragazzi, creando mode e inducendo bisogni. Le vie di fuga offerte sono pressoché illimitate. Solo per fare qualche breve esempio: le «smart drugs», il cui nome già di per sé chiarisce un intento; droghe «furbe», di facile assunzione, scambiate per compagne di una sera senza davvero valutare l'impatto nefasto che possono avere, specie se abbinate al consumo di alcool. Sull'alcol in particolare non esiste alcuna regolamentazione, offrire Vodka Lemon ai minorenni è una prassi, è dolce, fredda, va giù che è una meraviglia... ma che gradazione alcolica ha? Tutto va nel senso di un'accelerazione: molto, in fretta e subito, ecco il modo in cui si vorrebbe crescere, e tutti i messaggi che riceviamo sembrano colludere con questa illusione. Il tempo lento e spesso monotono del crescere viene considerato un'inutile perdita di tempo, quando invece è ciò che permette all'esperienza di sedimentare, l'attesa viene vissuta come frustrazione mentre è ciò che fa maturare il desiderio e costruisce la motivazione a raggiungere un obiettivo. Anche la noia fa la sua parte.


23.1.09

Amarcord


"Fare le mortadelle in casa, le saviccicc...... " era una tradizione , un'arte, un rito al quale dovevano partecipare tutti i componenti della famiglia. Era il 1957 e io avevo appena dieci anni e mi ricordo che questo lavoro si faceva durante la stagione invernale, da gennaio a febbraio, quando i contadini non avevano grandi cose da fare nei campi, allorchè il maiale, che tenevano dentro il porcile sotto il portico della casa aveva ormai raggiunto il peso ideale. Io ero il responsabile dei maiali in quanto accudivo loro per diversi mesi, nella pulizia e nel dar loro da mangiare.... ah! se mangiavano e in che modo, il nome porco non era niente affatto usurpato. Quando mettevo loro da mangiare, si avventavano nel trogolo entrandovi dentro con i piedi e se questo non fosse stato fissato al pavimento l'avrebbero senz'altro rovesciato. Andavano a mangiare in tre contemporaneamente e con le teste cercavano di tener lontano i compagni di avventura, morsicandoli sulle orecchie e grugnendo ad alta voce. Noi solitamente ne allevavamo tre ogni anno, uno era per il padrone del podere, noi eravamo a mezzadria, un altro veniva venduto e con i soldi ricavati si facevano quelle spese che si potevano fare solo una volta all'anno, un terzo veniva ucciso e la sua carne veniva utilizzata per nutrire la famigliola e parte veniva venduta. Ricordo mio padre che era solito dire: " Occhio guagliò, questi sono come i nostri salvadanai, alla fine dovranno renderci quello che abbiamo speso ( il pastone di tritello - l'odierna farina integrale che compravamo al mulino) più qualcosina di interesse. Ricordo il macellaio che faceva le trattative con papà per comperare il maiale e tirava sempre al ribasso: una volta era troppo grasso, un'altra era troppo magro.... tutti volevano approfittarsi del contadino, lo consideravano un cafone e pertanto poco intelligente e facile da fregare, un pò come fanno oggi con i marocchini che vendono le loro cianfrusaglie nelle strade delle nostre città. In quel tempo io avevo tre maiali da curare e un anno ci capitò una disgrazia, uno di essi rimase paralizzato e trascinava le zampe di dietro. Zì Eugenio di Panzanninte, ogni settimana gli faceva un salasso sui piedi poesteriori nella speranza che tornasse, crescendo, a camminare. Il problema era mio, che dovevo sollevarlo dal di dietro e aiutarlo ad avvicinarsi al trogolo, tenendo lontano gli altri due che altrimenti lo avrebbero sbranato o gli avrebbero impedito di mangiare. Alla fine sono riuscito, senza non pochi sacrifici a farlo diventare di peso e corporatura giusta per essere macellato nell'aia. Ricordo di aver assistito alla sua macellazione e a tante altre macellazioni e di esserne sempre rimasto un pò sconvolto, atterrito, per il modo brutale, crudele, con il quale venivano uccisi. Mio padre non fu mai capace di assistere a detta operazione e quando il macellaio incominciava a sgozzare il maiale e le urla arrivavano fino in cielo, lui scappava in campagna a nascondersi, lontano e tappandosi le orecchie aspettava che le urla cessassero. La scena era terribile, quattro uomini tenevano imprigionato l'animale su un ceppo e il macellaio gli infilava un lungo coltello in gola, mentre mamma raccoglieva il sangue che sgorgava copioso dalla ferita, recuperando fino all'ultima goccia, perchè nulla del maiale andava perduto. Il sangue veniva raccolto ancora caldo e serviva per fare la torta mora, il sanguinaccio. Lo preparava mamma in cucina, aggiungendo al sangue farina, olio, pinoli e uvetta. Questa torta di sangue, mescolata con della frittura di carne, veniva arrostita e mangiata poi con la polenta.... un mangiare da signori.... ripeteva la mia mamma. Mentre lei era intenta a preparare il sanguinaccio, gli uomini sotto il portico, continuavano il loro lavoro. Il maiale dopo essere stato sgozzato, veniva preso e gettato in una grossa tinozza di legno ( la mastella) contenente dell'acqua bollente che serviva a togliere le setole ( i peli ). Quando il porco era ben rasato e ben lavato, veniva legato con la testa in giù e appeso a due pali ben robusti posti in croce, pronto per essere fatto in due pezzi. Generalmente questo lavoro era affidato ad una persona esperta che sapeva il suo mestiere, perchè della bestia non doveva andare sprecato niente. Noi ragazzi, sempre presenti, curiosi, si faceva un sacco di domande su perchè si faceva così, a cosa serviva questo... si assisteva ad una bella lezione di anatomia, credetemi. La carne di maiale veniva messa in un posto fresco della casa per la stagionatura. Noi che non avevamo la cantina, lo tenevamo appeso in cucina e io mi ricordo che ogni volta che andavo alla conca a bere l'acqua con il maniro ( mestolo ) di rame, dovevo distogliere gli occhi da questo enorme corpo appeso, spaccato in due, svuotato delle interiora e messo ad asciugare. Nel frattempo mio padre, andava a comperare della carne di manzo da aggiungere a quella di maiale, altrimenti le mortadelle, le salsicce ( le savicicc ) sarebbero uscite troppo grasse e non buone per la lavorazione. Il giorno destinato per fare le mortadelle era gran festa. Tutti attorno al gran tavolo della cucina, ognuno al suo lavoro: chi tagliava a pezzi la carne, chi la tritava con la macchinetta a manovella, chi preparava gli involucri ( le budella ) per insaccare la pasta, la carne e le spezie odorose. Quando tutto era pronto, la pasta veniva messa in una casseruola di legno, per essere ben mescolata e pestata, quindi veniva scodellata sulla tavola per essere, con una apposita macchina, insaccata dentro le budella. Quando le salsicce erano pronte, legate alla giusta misura, venivano appese a dei lunghi bastoni infilati negli appositi anelli che pendevano dal soffitto della cucina, pronte per la stagionatura. Questo era uno dei companatici principali dei contadini, un gustoso, sano, genuino alimento da mangiare a fette, con del buon pane casereccio unto con olio d'oliva; il tutto accompagnato da un buon boccale di vino rosso, meglio se Montepulciano. ( Pane ont, savicicc e nu bell bicchier di vine rosce )


18.1.09

Kakà resta akkà!


Ieri dalla Tv il cavaliere mestamente ci diceva che avrebbe potuto rimanere senza Kakà. La vicenda mi ha ricordato tanto, quella del film, in cui una tribu di negri grida dalla riva : " Titì resta accà, titì resta accà..." cercando di far recedere dai suoi propositi d'andarsene, un Manfredi in chiave stregone della pioggia. Ieri a San Siro un'altra tribù, questa meno nobile perchè facente parte dell'Italia pallonara, che gridava: " Kakà resta accà, Kakà resta acca...", ma nessuno stavolta li stava lì ad ascoltare... Quando la crisi cominciò a far traballare le borse occidentali, abbassando, in qualche caso, dimezzando il valore delle azioni dei nostri titoli, Berlusconi lanciò un avvertimento: "Attenzione ai fondi sovrani, possono comprare le nostre aziende a metà prezzo". I fondi sovrani sono i fondi d'investimento controllati dai governi, come nei paesi esportatori di petrolio. Succede già che fondi sovrani di questi paesi possiedono azioni di nostre importanti aziende. Il fondo Dubai possiede il 5% della Ferrari. La ricchezza prodotta dal petrolio non è in crisi. I fondi non traballano. La profezia di Berlusconi si sta avverando, un magnate arabo ha messo gli occhi su su un suo bene e se vuole portare via. Non è un raid notturno, a borse chiuse: lo sceicco fa la sua offerta in faccia al mondo è, come quella del Padrino, una proposta che non si può rifiutare, e il cavaliere si dichiara pronto ad accettarla. Tra le tante cose che Berlusconi possiede c'è una squadra di calcio, il Milan c'è un super campione, il brasiliano Kakà. Berlusconi lo ama più di un figlio e lo vorrebbe come genero. Kakà non è svalutato da un crollo in borsa, vale come nessun altro calciatore mai nella storia del calcio. Ad essere quindi in crisi è il Milan, e dunque Berlusconi. Il Cavaliere ha voluto il Milan come gli Agnelli la Juventus e Moratti l'Inter, allo stesso modo che il faraone voleva la piramide per essere ricordato e amato. Il popolo non ama un potente perche possiede miliardi o la Fiat, ma perchè possiede la Juventus o il Milan o l'Inter e questi sono i veicoli attraverso i quali un potente conquista la passione del popolino. Dunque, perdendo Kakà il cavaliere perde una fetta della passione popolare. E' una sconfitta popolare e la data della sconfitta potrebbe essere proprio domani, lunedì 19 gennaio e quella di ieri, sabato, essere stata l'ultima partita del golden boy e la situazione racchiusa tutta nella scritta letta ieri su un cartello esposto in curva: "Senza Kakà questo Milan d'oggi è una KaKaTa".


15.1.09

In questo mondo di ... furbi

Veramente la canzone di Venditti diceva : In questo mondo di ladri... Modificava i modem e li rivendeva sul proprio sito Internet agli utenti desiderosi di connettersi a velocità molto elevate e in maniera anonima senza spendere un soldo per l’accesso al web. Ora Thomas Swingler, questo il nome dell’hacker, è finito sotto accusa per commercio illegale di dispositivi per la connessione Internet e dovrà sottoporsi a processo presso la corte federale dello Stato di New York. A raccontare la vicenda è il blog di Wired . Secondo l’accusa, Swingler vendeva sul proprio sito, CableHack , alcuni modem Motorola cui aveva modificato il firmware, a cifre che partivano dai 38 dollari e arrivavano ai 58 dollari. Grazie alle modifiche, gli utenti finali potevano configurare i modem per ottenere la velocità di download e upload superiori e anche intervenire sull’indirizzo MAC (il numero di 12 cifre riportato sul retro del modem) e modificarlo per navigare in maniera anonima e non lasciare tracce. Swingler è finito vittima di una trappola escogitata dagli inquirenti. Un agente dell’FGI si è finto un acquirente interessato ai modem e ha scambiato alcune frasi via chat con il giovane hacker, che avrebbe rivelato che gli apparecchi da lui venduti erano in grado di rubare connessioni e di accedere gratuitamente alla Rete. E anche se sulle FAQ del proprio sito Swingler si è premurato di scrivere che i modem non potevano essere usati per accedere gratis alla Rete e di non assumersi responsabilità sul futuro utilizzo fatto dagli acquirenti, ora le parole scambiate in chat con l’agente potrebbero essere usate come prova della conoscenza da parte del giovane degli impieghi illegali dei modem. La legge, infatti, prevede il non luogo a procedere se l’indagato riesce a dimostrare di non sapere dell’utilizzo illegale del prodotto da lui venduto.


10.1.09

I beneamati saldi


In questi giorni sta dilagando un virus più virulento della cinese, più spietato dell'australiana, dappertutto c'è la febbre dei saldi. Le nostre strade sono state invase dagli irriducibili, quelli che fanno acquisti solo coi saldi che, come pecoroni impazziti, stanno migrando verso i verdi pascoli dei grandi magazzini per battere sul tempo tutti. «Con tutta la roba che abbiamo comprato, meritiamo un ulteriore sconto». Una donna, accompagnata dalla figlia, mette i vestiti sul bancone del negozio. La commessa batte i tasti sulla cassa. Sorride, ma è irremovibile. Niente sconti. Ci sono già i saldi. Finita la razzia della roba, purchè in svendita, come le cavallette delle bibliche piaghe, c'è stato chi, non contento, a dato l'assalto anche ai negozi del centro, un assalto al cui confronto il "Desert storm" era poco più che la festa degli alberi. Uno dei sintomi peggiori della febbre da saldi è che rende immuni al senso critico sull'utilità di quello che si compra. Ma non importa, perché annebbiati dall'orgia del 30, 40, 50 70 per cento di sconto, ci si consola con la certezza o la convinzione di avere risparmiato fregandosene, che ai più rimarrà solo lo 0,1% dello stipendio in tasca, giusto appunto, per comperarsi un biglietto della corriera per tornare a casa e vivere il resto del mese senza mangiare, o al massimo a pane e acqua, magari al buio e al freddo, per poter pareggiare i conti. E' purtroppo questo un fenomeno nazionale che non conosce crisi e a vedere quello che trasmette la TV nazionale, c'è tanta gente in fila davanti ai negozi, non si sà se per comperare o con la speranza che qualche telecamera lo inquadri e qualcuno faccia loro delle domande per rivedersi poi nel filmato, magari al TG delle ore 20.


5.1.09

I giovani e il mondo degli adulti


Perché i giovani italiani restano a casa fino a trent'anni? Intorno a questo tema ci si interroga (o si polemizza) a seguito di una battuta di un ministro del passato governo, tale Padoa-Schioppa, che li definì «bamboccioni». L'affermazione infelice ebbe se non altro il merito di sollevare alcuni interrogativi su un fenomeno complesso e assai preoccupante oggi in Italia. Ai miei tempi, parlo del 1966, era quasi l'opposto, c'era forte il desiderio di andarsene e vivere le proprie esperienze lontano da casa, magari in una grossa città come Milano. C'è da dire - premetto - che nella nostra cultura italiota il legame con la famiglia è sempre stato molto più forte rispetto a quanto avviene nelle culture del nord Europa, dove c'è la tradizione di una frattura netta, al raggiungimento della maggiore età, con la propria casa. Ma se possiamo parlare di una autogestione completa dei diciottenni è perché lì ricevono ingenti aiuti dallo Stato. Insomma, se gli italiani vivono ancora legati alle sottane di mamma il motivo è molto banale: la vil pecunia. Che altrove i giovani ottengono dallo Stato, sottoforma di incentivi, borse di studio, prestiti d'onore, ma che in Italia mancano o quasi. Quindi non sono soltanto ragioni sociali, come sosteneva il ministro, è spesso una questione economica. All'epoca ci fù una sollevazione popolare da parte dei "bamboccioni" nostrani, perché lui banalizzò una cosa che invece è molto sentita dai nostri pargoli un pò cresciutelli. La famiglia, per questi, non è soltanto un punto di riferimento generale, ma è anche un supporto finanziario ormai fondamentale per permettere loro di mantenere un certo tenore di vita. È vero comunque che ci sono dei casi limite, si sono intervistati, da un giornaleista, degli insegnanti di 45 anni, che pur non avendo problemi di soldi , vivevano ancora con la loro mamma. Questi io li annovero, non già tra i "bamboccioni", ma tra i moderni zitelloni o zitellone che in ogni tempo ci sono sempre stati. Non è che i giovani d'oggi hanno meno coraggio e voglia di mettersi in gioco e che preferiscono vivere al riparo della famiglia, per cui se messi in condizione di decidere non hanno la capacità di rischiare. Ai miei tempi si ambiva tutti al posto fisso, ora le nuove generazioni sanno che dovranno affrontare un mondo dinamico, con contratti spesso interrinali o a termine e vivendo in famiglia non ne sono affatto spaventati.