14.10.17

Giovani che non fanno nulla




I «Neet» hanno meno di 24 anni, non studiano e non lavorano, vivono sulle spalle dei genitori senza alcuna prospettiva.  Non studiano, non lavorano: davanti a loro vedono soltanto il vuoto. In Alto Adige sono 5.100 i cosiddetti “Neet” (acronimo inglese di youth not in employment, education or training), pari all’ 8,8% dei giovani tra i 15 e i 24 anni; percentuale che sale al 10,2% se si amplia la fascia dell’età fino ai 29 anni. Magra consolazione: si tratta di percentuali nettamente inferiori rispetto alla media europea, pari a quasi un terzo del valore registrato in Italia, ma leggermente superiori al valore registrato in Austria. L’identikit che ne esce, è quello di ragazzi sicuri di sé, che praticano attività sportiva e accedono quotidianamente ad internet , principale fonte di informazioni anche per quanto riguarda la sessualità ; ma sono sempre meno interessati alla politica, in particolare a quella locale; mettono al primo posto degli obiettivi da raggiungere la felicità. Nella lista dei desideri ci sono poi “famiglia e figli”, al quale si aggiungono l’esigenza di trovare “un posto di lavoro sicuro”. Meno importante, a quanto pare, “avere tanti soldi” e “avere successo e potere” .Vivono in genere in famiglie composte da quattro persone e solo un terzo dei venticinquenni è già fuori casa. I rapporti con i genitori viene giudicato positivamente dalla maggior parte degli intervistati, soprattutto il rapporto con la madre. Incontrano gli amici più volentieri a casa , ma anche nei locali pubblici

6 commenti:

  1. Per contro ci sono giovani che fanno più lavori, spesso adattattandosi. Un quadro sociale molto complesso.

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  2. Non esiste l'acronimo "neet": se lo sono inventati certi "giornalisti" più webeti di un utente di faccebuk.

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  3. Sarei curioso di conoscere la fonte di questi dati e sapere chi è che ha formulato questa statistica con la successiva analisi di un fenomeno ben più grave di come viene descritto, soprattutto nella seconda parte quando si elencano le cose che fanno e quelle che non fanno. Però non si dice, soprattutto, perché "non fanno".

    Inoltre, mi sembra di una banalità allucinante affermare che questi giovani "al primo posto degli obiettivi mettono la felicità"! Ma perché? Qualcuno conosce dei giovani che aspirino a vivere da infelici o godano nel darsi le martellate sui maroni?

    Quello che non dice l'autore di questa statistica è che un giovane smette di studiare e/o cercare lavoro per le difficoltà dei percorsi di ricerca di un lavoro, i quali possono far sprofondare lo stesso nel limbo di una inattività che può diventare cronica. Quello che non si dice è che all'origine del fenomeno ci sono le dinamiche strutturali e sistemiche di un mercato del lavoro sempre più basato sullo sfruttamento dell'individuo, dinamiche che possono diventare un problema per tanti giovani (non per i "vecchi" invece, perchè sembra che si siano rassegnati a vivere da schiavi). Un fenomeno in crescita vertiginosa soprattutto al sud (sud Italia ma anche sud Europa o sud del mondo). Un fenomeno che colpisce molte più donne che uomini. Ci sono i diplomati demotivati perché non riescono ad entrare subito nel mondo del lavoro. Ci sono i laureati che hanno acquisito competenze che il mercato del lavoro non valuta economicamente. Ci sono i contratti sempre più flessibili e discontinui che, peraltro, non consentiranno mai a questi giovani di accantonare un assegno pensionistico decente.

    Altro che "incontrare volentieri gli amici a casa" e "avere un bel rapporto con mamma"!!! Qua si disconosce completamente la realtà di un fenomeno ben più grave.

    Ciao Enio.

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  4. Diventar grandi vuol dire provare a scegliere e a decidere. Ma queste prove sono un’impresa, un traguardo faticoso o impossibile se ho sempre avuto qualcuno che ha fatto per me e mi sollevato da ogni fatica. Meglio allora rallentare. Oppure rinunciare e fermarsi.

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  5. L’indagine appena pubblicata dalla Commissione europea non lascia scampo: in Italia quasi un ragazzo su cinque nella fascia fra i 15 e i 24 anni non studia e non lavora. Di più, neppure cerca un’occupazione, nemmeno s’iscrive a un corso di formazione. È la cosiddetta generazione né-né (né studio, né impiego) che in inglese è chiamata neet e in spagnolo ni-ni, perché il fenomeno travalica ogni frontiera. Ma da noi è più alto che altrove, il 19,9 per cento dei giovani rispetto alla media continentale dell’11,5. Dunque, quasi il doppio di una realtà intollerabile. Intollerabile che nell’Unione ancora alle prese con le ultime- si spera- conseguenze nefaste dell’interminabile crisi economica, proprio coloro che dovrebbero rappresentare la speranza della rinascita siano invece l’emblema in parte (o in buona parte, come nel nostro Paese) delle difficoltà nella ripresa. Naturalmente, la politica del lavoro è una tipica prerogativa del governo, con le scelte strategiche su come scuotere la produzione, le esportazioni, gli investimenti, così come sul modo per valorizzare il made in Italy, che è il nostro patrimonio universale in campo economico. Se un Paese poco investe nella ricerca e male sostiene le sue eccellenze nel mondo, intese sia come persone di talento, sia come prodotti di alta qualità, non ci si deve poi stupire delle classifiche di scoraggiamento tra le nuove leve. Tuttavia, guai a liquidare il problema con la solita auto-consolazione di dare ogni colpa alla politica e ai suoi incompetenti o insensibili esponenti ai vari livelli. Quando un ragazzo su cinque se ne sta con le mani in mano, è doveroso indicare anche le responsabilità della famiglia, della cerchia sociale e di amici, della comunità che non si cura di spronare quel giovane a non arrendersi. Arrendersi, oltretutto, a quindici/vent’anni, una vera e propria bestemmia per una nazione che alla religione del sacrificio ha dedicato la sua stessa esistenza. Se c’è una virtù da sempre riconosciuta e riconoscibile negli italiani, dalle emigrazioni dell’Ottocento al boom degli anni della ricostruzione, è la capacità di rimboccarsi le maniche proprio quando l’impresa appare impossibile. I nostri figli devono imparare a osare dall’esempio dei padri e dei nonni. Osare nonostante le risorse infime e lo sguardo miope della politica. Osare perché prima o poi, come già insegnava Dante, usciremo e riusciremo a «riveder le stelle»

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