17.9.19

Quant'è il premio per l’euro convergenza


Quanto potrà essere grande il premio per l’euro convergenza, ma in senso filo francese, del nuovo governo? Negli ultimi giorni sono arrivati messaggi molto chiari. Summit dell’Eurogruppo: il deficit non potrà superare il2%, se oltre scatterà la procedura di infrazione. Ursula von der Leyen: non è in agenda alcuna revisione dei trattati europei come richiesto da Italia e Francia, aggiungendo che la flessibilità di questi è più che sufficiente. Inoltre, la presidentessa della Commissione europea ha fatto capire che non è nemmeno in agenda la proposta di una Difesa europea spinta dalla Francia perché tale funzione resterà entro il quadro Nato, pur la Commissione stessa varando programmi di rafforzamento dell’industria militare europea. Questo è un segnale chiaro e piuttosto brutale a Roma e Parigi che la sua conduzione della Commissione impedirà sviluppi post-Nato dell’Ue e una spaccatura tra nazioni nordiche rigoriste e meridionali lassiste sui temi di ordine economico, comprimendo le seconde. Prova ne è che la delega a Gentiloni in materia di affari economici europei, pur non «commissariata», è condizionata dal consenso del rigorista vicepresidente Dombrovskis. In sintesi, la Germania ha avvertito Italia e Francia che la loro alleanza pro-debito troverà muro e non otterrà le modifiche volute agli statuti europei. Così come ha segnalato che le richieste di aumentare la spesa pubblica in deficit per stimolare l’economia europea troveranno un limite, probabilmente non oltre 50 miliardi: basteranno per contrastare la recessione nella nazione, ma non certo per stimolare il resto. Niente premio, dunque? Il programma Bce di acquisto dei debiti ridurrà il costo di quello italiano dando qualche miliardo al bilancio statale, pochino. Inoltre, tale decisione sarebbe stata presa comunque con qualsiasi governo italiano. L’euro convergenza è stata premiata dal mercato perché ha confermato la protezione europea dell’Italia rendendola un luogo un po’ più sicuro per il capitale, ma il suo indirizzo filo francese mantiene i dubbi sul riordino italiano e non porterà premi stimolativi sufficienti. 

3.8.19

I nostri figli, questi sconosciuti

È americano, ha il figlio in vacanza in Italia insieme con un amico, figlio e amico sono in prigione per un omicidio feroce, undici coltellate a un carabiniere, un delitto che in America comporta la condanna a morte, arriva qua e le prime parole che rilascia nelle interviste sono: «Speriamo che mio figlio non l'abbiano bendato». Ma non dovresti sperare, prima di tutto, che tuo figlio non sia un assassino? Che sia innocente? Questa per lui non è una speranza, è una certezza: «Sono assolutamente certo dell’innocenza di mio figlio». Eppure anche suo figlio è in carcere, anche lui è sospettato di aver partecipato all’omicidio. Ma il padre non ci crede. Il padre è come tutti i padri, come tutti noi: tutti noi crediamo che i nostri figli siano, fuori di casa, esattamente come sono in casa. Invece i figli cambiano. Svincolati dal controllo paterno-materno, si scatenano. Sono irriconoscibili. I nostri figli sono quel che sono quando sono fuori del nostro controllo. Quindi, per esempio, quando sono in vacanza. Specialmente se è una vacanza all’estero. Se fan uso di qualche droga - e la famiglia è l’ultima a saperlo - procurarsela all’estero, in una città che non conoscono e in una lingua che non conoscono, gli dà l’idea, eccitante e barbarica, di tuffarsi in una giungla. Stiamo tutti cercando di capire perché uno di questi ragazzi americani si fosse portato da casa un coltello da marine, lungo 17,7 centimetri. Io non trovo altra spiegazione se non quella che entrare in una piazza della droga è come entrare in un covo di animali, devi difenderti. Credo che anche questi padri americani dovrebbero porsi la domanda: «Perché nostro figlio fa un volo transcontinentale portandosi dietro un'arma bianca da assalto?». Anche noi italiani, se arrestano nostro figlio in America con una baionetta in tasca, corriamo là, ma la domanda che ci tormenterebbe dovrebbe essere questa: «Comprava droga? Era armato? Chi è?». Chi sono i nostri figli? È la domanda più difficile che possa capitarci. Viviamo con loro, ma questo non vuol dire che li conosciamo.

27.7.19


Oggi io vedo la politica e la gestione del potere molto più debole rispetto al passato. Lì vi era la forza delle idee e tale forza generava stimolo al dibattito, al convincimento. Oggi prioritario è il mantenimento del potere e perciò l’idea, ogni idea, è in sè pericolosa, dato che non a tutti piace. E quindi non esistono più le idee buone o cattive, ma le persone buone (funzionali al mantenimento dello status quo) e le persone cattive (che possono metterlo in discussione). Se la persona “cattiva” ha un’idea buona, questa diventa automaticamente cattiva.I giovani sanno che non possono e non potranno trovare spazio. La competenza e la cultura non sono considerate una qualità, ma per certi versi un problema, perché mettono in discussione, cercano nuovi percorsi, rompono gli schemi… In questo percorso, la coesione sociale che ha caratterizzato la nostra società, si è così via via trasformata in una sorta di collusione sociale. Il potere richiede consenso, ma la degenerazione del potere, e soprattutto la sua attuale debolezza assoluta, richiede collusione. E questo è molto pericoloso per la società, sia nel presente, sia in prospettiva futura.La collusione sociale crea dipendenza, crea assuefazione, fa ritenere normali comportamenti che non lo sono affatto. Genera il voto di scambio (talvolta inconsapevole) e soprattutto è basata sul pensiero breve, corto, senza alcuna prospettiva. Si gestisce giorno per giorno. Ma alla fine si rischia di ritrovarsi soli in mezzo al mare, senza alcuna prospettiva, con la barca che fa acqua e soprattutto senza avere a bordo quei giovani bravi che potrebbero rappresentare il futuro, ma che hanno capito in tempo che per loro l’Italia è un paese dove trascorrere solamente le vacanze.

@enio

30.6.19


I Cinquestelle sono figli di un vaffanculo lanciato da Beppe Grillo tempo fa, ed ora, di fronte alla debacle elettorale, sono tentati di ritornare agli antichi, collaudati costumi, che hanno portato loro voti e potere. Ma non è detto che il giochino gli riesca perché, di questi tempi, il consenso è volatile e potrebbe accadere che gli elettori li ripaghino della stessa moneta, per cui… chi di vaffanculo ferisce di vaffanculo perisce…
 

5.6.19

Sblocca cantieri


Nessuno può dire se, dopo le cannonate dei giorni scorsi, il lieve ramoscello di ulivo che si sono scambiati ieri i due vicepremier, Luigi di Maio e Matteo Salvini, sia una tregua apparente o una pace duratura. Ma, al di là delle alchimie politiche, l’accordo in extremis raggiunto sul cosiddetto «sblocca-cantieri» potrebbe segnalare, nell’immediato, un cambio di passo obbligato dell’esecutivo. Almeno sulle questioni che toccano da vicino gli interessi del Paese reale. Questioni che non possono più essere sacrificate in nome e per conto degli interessi dei partiti. Il caso delle grandi opere pubbliche è emblematico. In Italia ci sono almeno 49 maxi-cantieri bloccati dalla burocrazia e da una valanga di norme che sembrano fatte apposta per rallentare qualsiasi progetto. Un insieme di appalti che, da soli, valgono 172 miliardi di euro e qualcosa come 760mila nuovi posti di lavoro. Numeri da «miracolo economico» per un Paese che da anni ha un Pil con la sindrome dello zero-virgola e che, durante gli anni della grande crisi, ha perso oltre il 20% della sua capacità produttiva. Un dato per tutti: fra il 2008 e il 2018 il fatturato delle opere pubbliche si è più che dimezzato, lasciando sul terreno circa 16 miliardi di euro. Un trend che ha messo in ginocchio le principali aziende del settore. Certo, lo sblocca-cantieri non sarà la panacea di tutti i mali. Ci sono punti ancora controversi, altri da discutere e altri ancora da rivedere.

31.5.19

Sull'Italia incombe la "Tempesta Perfetta"

Gentili amici, che mi leggete, vi comunico che il rischio speculazioni incombe sull'Italia perchè in autunno noi avremo nuovamente gli ingredienti per una "tempesta perfetta". Non c'è stato ancora il previsto boom economico e, nostro malgrado, stiamo registrando una crescita prossima allo zero. Lo ricordate Salvini che inveiva contro i burocrati di Bruxelles perché secondo lui non imbroccavano mai i nostri dati di crescita e Di Maio, che sul balcone festeggiava raggiante il deficit italiano, scommettendo sulla nostra ripresa economica dovuta, secondo lui, al Reddito di Garanzia. Per mesi i “pupi” hanno sbandierato un aumento del PIL del 2,4%, per poi rifare i conti e attestarsi su un più realistico 0,2%, il più basso d'Europa. E' vero che l'Italia è sempre stata il fanalino di coda in Europa, ma occorre sottolineare che mentre nel 2017 il differenziale tra Italia ed eurozona era dello 0,7% quest'anno il differenziale sarà dell'1.2%. Mentre gli investimenti nel 2017 aumentavano del 4,3% oggi sono meno dello 0,3%. Rispetto al 2017 abbiamo perso 350 mila posti di lavoro di cui 100 mila a tempo indeterminato. Si tratta prevalentemente di una crisi di fiducia perchè questo governo non convince nessuno sul piano economico. L'OCSE ha dichiarato questa settimana, che la ripresa sarà, purtroppo, uguale a ZERO e che gli investimenti sono attualmente sotto ZERO e che la produzione industriale sta tornando in territorio negativo. Il debito pubblico sta paurosamente aumentando in quanto le politiche economiche del governo giallo-verde ( quota cento e reddito di garanzia in primis ) sono state finanziate con denaro a deficit (oppure prelevato da altri pensionati). Tutti oggi hanno capito che questi interventi non stimoleranno ne crescita e ne lavoro. Se a questo aggiungiamo che Salvini in queste settimane attacca nuovamente l'Europa preannunciando lo sforamento del deficit con parole tipo "io posso indebitarmi quanto voglio e me ne frego delle regole" (aggiungo io, tanto poi pagheranno gli italiani) , possiamo stare certi che i grandi investitori internazionali si rivolgeranno ad altri mercati e che gli speculatori aspetteranno il momento giusto per scommettere negativamente sul'Italia e spezzarci le reni. Non basterà la nuova immagine di Di Maio che ogni giorno dà dell'irresponsabile a Savini a salvarci. Sono entrambi responsabili delle politiche economiche di questo governo e il mercato finanziario italiano entrerà a breve in una fase di grande volatilità. Le cose peggiori le vedremo in autunno con la manovra finanziaria, quando si dovrà decidere se aumentare l'IVA oppure fare nuovo deficit. Da noi, in Trentino, le cose non vanno meglio; anzi in salsa trentina il governo non può definirsi competente. Le decisioni importanti passano da Fugatti, attuale leader e lo stesso deve confrontarsi con Salvini. Un tappo istituzionale che rallenta e distorce tutte le decisioni. A fronte di alcune scelte indovinate come quella di decentrare gli incontri di Giunta sui territori si ha l'idea che non ci sia una regia economico-politica del bilancio provinciale: a distanza di 24 ore si annunciano notizie tra loro contrastanti; 30 milioni in più alle famiglie che fanno figli e 120 milioni in meno (in 4 anni) alla sanità pubblica, che si rivolge prevalentemente alle famiglie, ma sopratutto dopo aver prospettato nei mesi scorsi migliorie e investimenti nei reparti nascite degli ospedali decentrati. Come a livello nazionale anche in Trentino il governo è in perenne campagna elettorale e non fa i conti con la realtà. E quando prende decisioni economiche non tiene conto delle condizioni dei soggetti beneficitari; vedi i biglietti gratuiti sugli autobus ai pensionati, vedi le rette nei nidi, vedi il sostegno ad ogni figlio fino a tre anni, vedi le case gratuite a chi ritorna nei paesi di montagna...

@enio

25.5.19

L'onda populista

Non risparmia nessuno l’esercito di bandiere verdi che ha invaso il centro di Milano. Insulti, slogan, battute al vetriolo. E tanti, tantissimi fischi. Anche verso Papa Francesco, «colpevole» di aver chiesto meno morti nel Mediterraneo nel giorno dell’ennesimo braccio di ferro sui migranti, con la Sea Watch bloccata al largo di Lampedusa. Eppure il comandante dell’esercito «sovranista», il vicepremier Matteo Salvini, si è presentato al suo popolo con il Rosario fra le mani e citando la Madonna. Nessuna sorpresa. C’è tutto e il suo contrario in questo finale di campagna elettorale sul fronte dei cosiddetti «sovranisti» e anti-europeisti, tenuti insieme più dalla pancia che dalla testa. C’è un dato sul quale, però, occorre riflettere. Nessuno parla più di «piani B» o di uscita dall’euro: la lezione che arriva dall’Inghilterra è stata sufficiente a far cambiare idea anche agli irriducibili nostalgici della vecchia lira. Il 70% degli italiani, raccontano gli ultimi sondaggi, ha i piedi saldamente piantati nell’amato-odiato Vecchio Continente. Lo abbiamo capito molto bene anche nello scontro di qualche mese fa sulla Finanziaria, con i due partiti della maggioranza che hanno dovuto imboccare la retromarcia dopo aver chiesto a Bruxelles di portare il deficit a ridosso del 3%. E allora? Il rischio vero, nell’ultimo giro di boa della campagna elettorale, è di perdere definitivamente la bussola e di far finire tutto nel tritacarne del «populismo» perfino il Papa. Eppure, gli stessi partiti che oggi se le danno di santa ragione, sanno bene che fra una settimana, le urne saranno finalmente chiuse e gli slogan lasceranno il posto alla cruda realtà dei numeri. Quella di un Paese che non ha mai superato la sindrome dello «zero virgola», che viaggia perennemente in bilico sul sentiero della recessione e che avrebbe bisogno di meno debito e più crescita per voltare pagina. Sono le preoccupazioni espresse ieri dal leader della Confindustria, Vincenzo Boccia, che ha ribadito (se mai ce ne fosse bisogno) soprattutto un concetto: mai e poi mai i nostri alleati ci consentiranno di sforare la fatidica soglia del 3% di deficit. Prima ancora che da Bruxelles, infatti, saremmo puniti dai mercati (provare a leggere, per credere, le evoluzioni dello spread dell’ultima settimana). 

14.5.19

Fare un ottimo lavoro


L’unico modo per fare un ottimo lavoro - diceva Steve Jobs, il cui nome è legato a Apple, all’iPhone, all’iPad e a molto altro in un campo oggi ben noto a tutti - è amare quello che fate. Se non avete ancora trovato ciò che fa per voi, continuate a cercare. C’è da dire che questo sarebbe davvero l’ideale, solo che fosse più facile trovare anche un lavoro qualunque. Ma in periodi duri come il nostro almeno gli ideali non possono essere aboliti.Un lavoro che risponda alle aspettative, un ambiente che contribuisca a renderlo appetibile, colleghi simpatici. Il massimo. E che dire poi di un buon rapporto fra lavoratori e datori di lavoro? Purtroppo i numeri non sono a favore, anzi, troppo spesso vengono a galla casi di sfruttamento e di pessime condizioni. E molti altri casi restano nascosti. Quasi che lo schiavismo non fosse solamente un ricordo. Ma se vogliamo vederla al positivo, parliamo di qualche imprenditore illuminato che mette i dipendenti in un contesto confortevole, servizi adeguati e quasi un’aria di famiglia. Cosa che peraltro non comporta alcun attentato all’autorevolezza.

22.4.19

I due litiganti

Se un marziano sbarcasse a Roma, finirebbe per credere che Matteo Salvini e Luigi Di Maio, lungi dall’essere i vicepresidenti del Consiglio dello stesso governo, siano l’uno il leader della maggioranza e l’altro dell’opposizione. Con ruoli interscambiabili, per cui, se uno dei due fa l’istituzionale, l’antagonista subito s’improvvisa barricadero. Neanche all’epoca della sfida del fuoco tra il democristiano De Mita e il socialista Craxi (correva l’anno 1983 e il «patto della staffetta» tra i due naufragò: a Palazzo Chigi andò solo il leader del Partito socialista), lo scontro nella maggioranza era una lotta continua di questi livelli. «È grave che la Lega minacci la crisi», accusa Di Maio, che teme la tresca fra Salvini e Berlusconi. «La crisi di governo è solo nella testa di Di Maio», gli risponde il leader leghista, che invece paventa trame fra i Cinque Stelle e il Partito democratico. Come in un matrimonio che traballa, ma in cui i coniugi capiscono che il divorzio sarebbe sconveniente (almeno fino al voto europeo del 26 maggio), entrambi denunciano le scappatelle con più attraenti amori politici a destra oppure a sinistra. Questa permanente campagna elettorale, alimentata dai sondaggi che danno Salvini con il vento in poppa, e lui cavalca l’onda, paralizza l’azione del governo nei molti campi della discordia. E offusca il ruolo di Conte