30.6.19


I Cinquestelle sono figli di un vaffanculo lanciato da Beppe Grillo tempo fa, ed ora, di fronte alla debacle elettorale, sono tentati di ritornare agli antichi, collaudati costumi, che hanno portato loro voti e potere. Ma non è detto che il giochino gli riesca perché, di questi tempi, il consenso è volatile e potrebbe accadere che gli elettori li ripaghino della stessa moneta, per cui… chi di vaffanculo ferisce di vaffanculo perisce…
 

5.6.19

Sblocca cantieri


Nessuno può dire se, dopo le cannonate dei giorni scorsi, il lieve ramoscello di ulivo che si sono scambiati ieri i due vicepremier, Luigi di Maio e Matteo Salvini, sia una tregua apparente o una pace duratura. Ma, al di là delle alchimie politiche, l’accordo in extremis raggiunto sul cosiddetto «sblocca-cantieri» potrebbe segnalare, nell’immediato, un cambio di passo obbligato dell’esecutivo. Almeno sulle questioni che toccano da vicino gli interessi del Paese reale. Questioni che non possono più essere sacrificate in nome e per conto degli interessi dei partiti. Il caso delle grandi opere pubbliche è emblematico. In Italia ci sono almeno 49 maxi-cantieri bloccati dalla burocrazia e da una valanga di norme che sembrano fatte apposta per rallentare qualsiasi progetto. Un insieme di appalti che, da soli, valgono 172 miliardi di euro e qualcosa come 760mila nuovi posti di lavoro. Numeri da «miracolo economico» per un Paese che da anni ha un Pil con la sindrome dello zero-virgola e che, durante gli anni della grande crisi, ha perso oltre il 20% della sua capacità produttiva. Un dato per tutti: fra il 2008 e il 2018 il fatturato delle opere pubbliche si è più che dimezzato, lasciando sul terreno circa 16 miliardi di euro. Un trend che ha messo in ginocchio le principali aziende del settore. Certo, lo sblocca-cantieri non sarà la panacea di tutti i mali. Ci sono punti ancora controversi, altri da discutere e altri ancora da rivedere.

31.5.19

Sull'Italia incombe la "Tempesta Perfetta"

Gentili amici, che mi leggete, vi comunico che il rischio speculazioni incombe sull'Italia perchè in autunno noi avremo nuovamente gli ingredienti per una "tempesta perfetta". Non c'è stato ancora il previsto boom economico e, nostro malgrado, stiamo registrando una crescita prossima allo zero. Lo ricordate Salvini che inveiva contro i burocrati di Bruxelles perché secondo lui non imbroccavano mai i nostri dati di crescita e Di Maio, che sul balcone festeggiava raggiante il deficit italiano, scommettendo sulla nostra ripresa economica dovuta, secondo lui, al Reddito di Garanzia. Per mesi i “pupi” hanno sbandierato un aumento del PIL del 2,4%, per poi rifare i conti e attestarsi su un più realistico 0,2%, il più basso d'Europa. E' vero che l'Italia è sempre stata il fanalino di coda in Europa, ma occorre sottolineare che mentre nel 2017 il differenziale tra Italia ed eurozona era dello 0,7% quest'anno il differenziale sarà dell'1.2%. Mentre gli investimenti nel 2017 aumentavano del 4,3% oggi sono meno dello 0,3%. Rispetto al 2017 abbiamo perso 350 mila posti di lavoro di cui 100 mila a tempo indeterminato. Si tratta prevalentemente di una crisi di fiducia perchè questo governo non convince nessuno sul piano economico. L'OCSE ha dichiarato questa settimana, che la ripresa sarà, purtroppo, uguale a ZERO e che gli investimenti sono attualmente sotto ZERO e che la produzione industriale sta tornando in territorio negativo. Il debito pubblico sta paurosamente aumentando in quanto le politiche economiche del governo giallo-verde ( quota cento e reddito di garanzia in primis ) sono state finanziate con denaro a deficit (oppure prelevato da altri pensionati). Tutti oggi hanno capito che questi interventi non stimoleranno ne crescita e ne lavoro. Se a questo aggiungiamo che Salvini in queste settimane attacca nuovamente l'Europa preannunciando lo sforamento del deficit con parole tipo "io posso indebitarmi quanto voglio e me ne frego delle regole" (aggiungo io, tanto poi pagheranno gli italiani) , possiamo stare certi che i grandi investitori internazionali si rivolgeranno ad altri mercati e che gli speculatori aspetteranno il momento giusto per scommettere negativamente sul'Italia e spezzarci le reni. Non basterà la nuova immagine di Di Maio che ogni giorno dà dell'irresponsabile a Savini a salvarci. Sono entrambi responsabili delle politiche economiche di questo governo e il mercato finanziario italiano entrerà a breve in una fase di grande volatilità. Le cose peggiori le vedremo in autunno con la manovra finanziaria, quando si dovrà decidere se aumentare l'IVA oppure fare nuovo deficit. Da noi, in Trentino, le cose non vanno meglio; anzi in salsa trentina il governo non può definirsi competente. Le decisioni importanti passano da Fugatti, attuale leader e lo stesso deve confrontarsi con Salvini. Un tappo istituzionale che rallenta e distorce tutte le decisioni. A fronte di alcune scelte indovinate come quella di decentrare gli incontri di Giunta sui territori si ha l'idea che non ci sia una regia economico-politica del bilancio provinciale: a distanza di 24 ore si annunciano notizie tra loro contrastanti; 30 milioni in più alle famiglie che fanno figli e 120 milioni in meno (in 4 anni) alla sanità pubblica, che si rivolge prevalentemente alle famiglie, ma sopratutto dopo aver prospettato nei mesi scorsi migliorie e investimenti nei reparti nascite degli ospedali decentrati. Come a livello nazionale anche in Trentino il governo è in perenne campagna elettorale e non fa i conti con la realtà. E quando prende decisioni economiche non tiene conto delle condizioni dei soggetti beneficitari; vedi i biglietti gratuiti sugli autobus ai pensionati, vedi le rette nei nidi, vedi il sostegno ad ogni figlio fino a tre anni, vedi le case gratuite a chi ritorna nei paesi di montagna...

@enio

25.5.19

L'onda populista

Non risparmia nessuno l’esercito di bandiere verdi che ha invaso il centro di Milano. Insulti, slogan, battute al vetriolo. E tanti, tantissimi fischi. Anche verso Papa Francesco, «colpevole» di aver chiesto meno morti nel Mediterraneo nel giorno dell’ennesimo braccio di ferro sui migranti, con la Sea Watch bloccata al largo di Lampedusa. Eppure il comandante dell’esercito «sovranista», il vicepremier Matteo Salvini, si è presentato al suo popolo con il Rosario fra le mani e citando la Madonna. Nessuna sorpresa. C’è tutto e il suo contrario in questo finale di campagna elettorale sul fronte dei cosiddetti «sovranisti» e anti-europeisti, tenuti insieme più dalla pancia che dalla testa. C’è un dato sul quale, però, occorre riflettere. Nessuno parla più di «piani B» o di uscita dall’euro: la lezione che arriva dall’Inghilterra è stata sufficiente a far cambiare idea anche agli irriducibili nostalgici della vecchia lira. Il 70% degli italiani, raccontano gli ultimi sondaggi, ha i piedi saldamente piantati nell’amato-odiato Vecchio Continente. Lo abbiamo capito molto bene anche nello scontro di qualche mese fa sulla Finanziaria, con i due partiti della maggioranza che hanno dovuto imboccare la retromarcia dopo aver chiesto a Bruxelles di portare il deficit a ridosso del 3%. E allora? Il rischio vero, nell’ultimo giro di boa della campagna elettorale, è di perdere definitivamente la bussola e di far finire tutto nel tritacarne del «populismo» perfino il Papa. Eppure, gli stessi partiti che oggi se le danno di santa ragione, sanno bene che fra una settimana, le urne saranno finalmente chiuse e gli slogan lasceranno il posto alla cruda realtà dei numeri. Quella di un Paese che non ha mai superato la sindrome dello «zero virgola», che viaggia perennemente in bilico sul sentiero della recessione e che avrebbe bisogno di meno debito e più crescita per voltare pagina. Sono le preoccupazioni espresse ieri dal leader della Confindustria, Vincenzo Boccia, che ha ribadito (se mai ce ne fosse bisogno) soprattutto un concetto: mai e poi mai i nostri alleati ci consentiranno di sforare la fatidica soglia del 3% di deficit. Prima ancora che da Bruxelles, infatti, saremmo puniti dai mercati (provare a leggere, per credere, le evoluzioni dello spread dell’ultima settimana). 

14.5.19

Fare un ottimo lavoro


L’unico modo per fare un ottimo lavoro - diceva Steve Jobs, il cui nome è legato a Apple, all’iPhone, all’iPad e a molto altro in un campo oggi ben noto a tutti - è amare quello che fate. Se non avete ancora trovato ciò che fa per voi, continuate a cercare. C’è da dire che questo sarebbe davvero l’ideale, solo che fosse più facile trovare anche un lavoro qualunque. Ma in periodi duri come il nostro almeno gli ideali non possono essere aboliti.Un lavoro che risponda alle aspettative, un ambiente che contribuisca a renderlo appetibile, colleghi simpatici. Il massimo. E che dire poi di un buon rapporto fra lavoratori e datori di lavoro? Purtroppo i numeri non sono a favore, anzi, troppo spesso vengono a galla casi di sfruttamento e di pessime condizioni. E molti altri casi restano nascosti. Quasi che lo schiavismo non fosse solamente un ricordo. Ma se vogliamo vederla al positivo, parliamo di qualche imprenditore illuminato che mette i dipendenti in un contesto confortevole, servizi adeguati e quasi un’aria di famiglia. Cosa che peraltro non comporta alcun attentato all’autorevolezza.

22.4.19

I due litiganti

Se un marziano sbarcasse a Roma, finirebbe per credere che Matteo Salvini e Luigi Di Maio, lungi dall’essere i vicepresidenti del Consiglio dello stesso governo, siano l’uno il leader della maggioranza e l’altro dell’opposizione. Con ruoli interscambiabili, per cui, se uno dei due fa l’istituzionale, l’antagonista subito s’improvvisa barricadero. Neanche all’epoca della sfida del fuoco tra il democristiano De Mita e il socialista Craxi (correva l’anno 1983 e il «patto della staffetta» tra i due naufragò: a Palazzo Chigi andò solo il leader del Partito socialista), lo scontro nella maggioranza era una lotta continua di questi livelli. «È grave che la Lega minacci la crisi», accusa Di Maio, che teme la tresca fra Salvini e Berlusconi. «La crisi di governo è solo nella testa di Di Maio», gli risponde il leader leghista, che invece paventa trame fra i Cinque Stelle e il Partito democratico. Come in un matrimonio che traballa, ma in cui i coniugi capiscono che il divorzio sarebbe sconveniente (almeno fino al voto europeo del 26 maggio), entrambi denunciano le scappatelle con più attraenti amori politici a destra oppure a sinistra. Questa permanente campagna elettorale, alimentata dai sondaggi che danno Salvini con il vento in poppa, e lui cavalca l’onda, paralizza l’azione del governo nei molti campi della discordia. E offusca il ruolo di Conte

13.4.19

La lezione di Chicago


Quanto è lontana Chicago dall’Italia? Tanto, almeno politicamente. Ma lo è anche dalla stessa Casa Bianca. Desta interesse, ora che nel nostro Paese si discute di famiglia, coppie e diritti vedere come è andata nella grande città americana. È andata che ha vinto un democratico. E questo è tutto fuori che una sorpresa, dal momento che a Chicago finisce sempre così. Ha vinto un cittadino di pelle nera. E anche questo era scontato: è da quasi quarant’anni che la scelta razziale va in quella direzione. L’unica eccezione è stata la vittoria di Rahm Israel Emanuel, che era stato il regista dell’elezione di Barack Obama alla Casa Bianca, che aveva premiato in vari modi Chicago. Però il nero vincitore è una donna, Lori Lightfoot, «Loredana dal Piede Leggero», che si è portata a casa quasi i tre quarti dei voti. E anche questo ci si poteva in parte aspettare, visto l’onda femminista che invade un po’ tutta l’America, riassunta nello slogan «me too» («anch’io»). Solo che si trattava del ballottaggio e anche l’unico avversario era una donna nera. Insomma uno scontro che ha lasciato del tutto fuori i bianchi. Perchè anche nei singoli quartieri l’ondata «di colore» è stata travolgente. Si è salvato solo qualche candidato di un’altra «minoranza» etnica, latinoamericana. I bianchi sono rimasti a mani vuote anche perchè non sono andati a votare. Ma c’è di più. A chi è a caccia di novità va rivelato che la neosindaca è lesbica, appartiene cioè alla frazione degli americani che si sentono più insultati e minacciati dalla presidenza Trump. Una reazione sessuale? Certamente, anche perché l’altra finalista era, oltre che nera, anch’essa lesbica. Sentiremo adesso quali reazioni verranno dalla Casa Bianca. Probabile un inasprimento dello scontro e la difficoltà di trovare soluzioni legislative che tutelino i diritti della coppia senza compiere salti in avanti. Letta in questo modo la situazione che si è venuta a creare tra Chicago e Washington non può non fare riflettere nel nostro Paese i politici di destra e di sinistra più moderati che difendono i valori di riferimento e che guardano con preoccupazione le possibili «mine» in uno scontro tra opposti estremismi.

26.2.19

Lo show «Adrian» è stato un flop


A parte il fatto che prendere per il culo il pubblico non paga mai, lo show sembra che non lo guarda più nessuno. Mediaset si è reso conto tardi che  Il grande show tv di Adriano Celentano è stato un gigantesco flop, «imbarazzante» per la critica, bocciato dagli ascolti molto al di sotto delle previsioni, adesso viene anche «congelato» alla seconda puntata, a metà delle cinque puntate registrate. Clan e Mediaset comunicano infatti che «per esigenze di salute e di convalescenza di Adriano Celentano» le ulteriori cinque puntate di «Adrian» vengono riprogrammate per settembre/ottobre 2019.