20.7.10

Generazione Y

Studiano con la radio accesa e il cellulare all'orecchio, hanno in tasca l'ultimo costosissimo modello dell' iPhone, ma indossano abiti usati e comprano di seconda mano su eBay, considerano la vita un gioco e colgono l'attimo. Sono la "generazione Y, i digital natives, cioè i ragazzi tra i 18 e i 25 anni nati all'epoca di internet. Il loro identikit è stato tracciato dall'Istituto di ricerca Bva su richiesta dei patron delle 40 principali società della borsa francese (CAC 40). «La loro attività cerebrale, la consapevolezza del reale, le capacità intellettuali e la visione della società - si legge nello studio - sono stati completamente trasformati dall'onnipresenza del digitale durante l'infanzia». «È soprattutto il rapporto con il tempo che li differenzia dalla generazione precedente, senza internet - spiega al quotidiano Le Figaro il sociologo Stephane Hugon - La vita per loro è un gioco, non cercano di cambiare il mondo, ma piuttosto di renderlo migliore, colgono l'attimo». «I cinquantenni di oggi sono cresciuti con la cultura del progetto. La vita era una serie di tappe, di sforzi e di sacrifici verso uno scopo. Questo modello è in via d'estinzione. I giovani invece non credono più nel futuro e sopravvalutano il presente». Nel mondo del lavoro, generazione Y è sinonimo di precariato: hanno imparato ad "accettarlo", si sono "adattati". I nuovi giovani sono più attivi e meno riflessivi, continua il rapporto, pronti a lasciare un lavoro se non li soddisfa. Abituati al mondo del web, dove tutto è a portata di clic, sono tentati dal non affrontare i problemi. Disprezzano la politica, le istituzioni, le gerarchie, ma sono fedeli alle regole del gruppo dei pari. Sono spendaccioni, ma solo per le nuove tecnologie. Per il resto cercano l'offerta migliore e cercano di non farsi manipolare dalla pubblicità: comprano i vestiti nei negozi dell'usato e gli elettrodomestici su eBay, riciclano mobili di seconda mano. «I digital natives - si legge ancora nello studio - sono spesso percepiti dagli adulti come superficiali, senza ideali, irrispettosi dell'autorità». Per loro invece i genitori sono «eroi del quotidiano, che sono riusciti a crescerli nonostante le difficoltà».

14 commenti:

  1. Questi giovani non conoscono l'amicizia e lo stare assieme. Loro vivono nella loro realtà virtuale fatti di videogiochi e chat. Si deve ritornare ai sani valori del lavoro, del risparmio, dell'amicizia e della cooperazione.

    Paolo

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  2. @Paolo
    Alle volte,andando in giro in città, vedo ragazzi che tra vestiario e gadget girano con 3000 euro di cose addosso. Jeans da 300 euro, giacche da 1000, cellulari da 600, ipod da 200, orologi di marca, quando non sono seduti con un computer portatile collegato con quella maledetta/benedetta chiavetta... I genitori pensano di rimediare alla loro assenza (per lavoro, o perchè proprio se ne fregano della loro crescita, troppo impegnati a non invecchiare magari in palestra...) inondando sti "poveretti" di regali. E loro vogliono e qualche volta pretendono tutte questi beni materiali per non essere da meno degli altri compagni griffati... Boh...

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  3. Ma che bella fiera delle banalità!
    Complimenti per i commenti precedenti, denotano una capacità di analisi della società davvero scarsa. Sono leggermente fuori dalla generazione Y (ho 29 anni) però penso che i giovani siano sempre gli stessi: c'è chi gira con gli abiti firmati e con i gadget costosi, ma è sempre stato così. E basta con la storia che una volta si stava meglio, che ci si divertiva con poco e che i giovani sono capaci di stare solo su facebook: se uscite un poco vi rendete conto che le persone, sotto un leggero strato dettato dai tempi che cambiano, sono sempre le stesse.

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  4. Confesso che appena letto questo post mi sono sentito un fossile e se ne comprende il perchè data la mia appartenenza alla quarta età però, a parte lo sperpero di denaro che non condivido, io spero che i ragazzi di quella fascia d'età riescano a cambiare questo mondo.
    In meglio,naturalmente.

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  5. Io concordo in parte con Max. Mio fratello, in teoria, è un "nato digitale" (17 anni), eppure le sere ed i pomeriggi li passa ancora a giocare a calcio con gli amici, bere una birra di troppo in piazzetta, scazzottare con un bulletto rompiballe e scopare con la sua ragazzetta.

    La cosa davvero grave è che mio fratello non sa collegare una tastiera che non sia wireless, questo sì. Il vero tratto distintivo dei "nati digitali" è che utilizzano come se fosse la cosa più ovvia del mondo tencologie impensabili fino a quindici anni fa, senza sapere cosa cazzo siano. Come io con la TV, ecco.

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  6. @sciuscia&il monticano

    Inevitabile che, chi oramai più giovane non è, guardi con diffidenza se non con sdegno ai ragazzi del momento. Sentendo parlare i cinquantenni di adesso quando si rivolgono ai ragazzetti tecnologici del 2000, mi sembra di udire le stesse frasi che mi venivano rivolte negli anni 70 dai cosiddetti adulti. E' una ruota che gira insomma.

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  7. C'e' una differenza: in passato la "educazione", sia formale che scolastica, era considerata un "valore". Infatti se guardi il canale RAI Storia e i video in bianco e nero, i ragazzi si esprimono con proprieta' di linguaggio, anche quelli dei ceti "popolari".
    I ragazzi di oggi, indipendentemente dal ceto, sono quasi analfabeti, si esprimono in maniera sgrammaticata e con un vocabolario estremamente ridotto.
    Ho personalmente lavorato con fior di laureati che commettevano a ripetizione errori di ortografia banali come "eccezzionale" (ci va una "z" sola) o squola (non ci va la "q" ma la "c").
    Per non parlare di comportamenti desueti come il rispetto per gli anziani, cedere il posto sugli autobus e cose del genere.
    Alcune cose sono importate, essendo noi colonizzati culturalmente dal mondo anglosassone. Per esempio la "moda" dell'abuso di alcol, i tatuaggi e i piercing, certi rituali del divertimento.

    In generale la dinamica giovani-adulti e' vecchia quanto il mondo. Nel nostro caso specifico ci sono in piu' le derivate del posto (periferico) che occupa l'Italia nel mondo di oggi e del lento declino a cui siamo soggetti.

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  8. E' ovviamente diverso essere giovane in una societa' che si espande e che ti offre opportunita' oppure essere giovane in una societa' che declina e che rinnega se stessa e si contraddice continuamente.

    Se guardiamo le cose su una scala piu' ampia, i giovani di oggi scontano ancora il '900 e la gioventu' hitleriana.

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  9. Acqua passata non macina più. Ogni 10 anni circa passa una generazione come se fosse una moda. Dalla brillantina, ai cappelloni, ai paninari, etc etc, ora telefonini, videogiochi computer. Non critico le famiglie, ma la società, che impone questi cambiamenti ogni 10 anni circa. Non e' vero che, nel 68 si contestava e si parlava di politica ed ora per parlarsi bisogna usare il cellulare o il computer.

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  10. Il figlio di una mia collega incontrando una compagna di classe in libreria la saluta appena.
    La madre chiede perchè non ci scambia 2 parole, c'è il tempo per farlo. Il ragazzino dice che tanto stanno ore a parlarsi via internet.

    E' questa la nuova amicizia?

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  11. Ho vent'anni, e come tanti dico che le generalizzazioni non rispecchiano altro che una media pressapochista del mondo d'oggi...
    Chi dice che non abbiamo sogni?
    Chi si ferma all'apparenza del giovane che passeggia per strada con l'ipod e guarda basso?
    Ma voi ci parlate con questa "generazione Y"?
    Voi non potete nemmeno immaginare quanti sogni abbiamo noi giovani...
    tutti diversi... per carità, alcuni sogni per certa gente potrebbero anche essere discutibili, ma ci sono... i sogni sono ciò per cui noi giovani, la cui vita oggi è terribilmente precaria, riusciamo a sorridere a ogni nuovo giorno...

    ventenne

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  12. "i sogni sono ciò per cui noi giovani, la cui vita oggi è terribilmente precaria, riusciamo a sorridere a ogni nuovo giorno..."

    "la cui vita"?
    Dicevo appunto analfabeti.

    Riguardo la vita precaria, non e' attributo dei giovani, io ho 45 anni e sono ugualmente precario, se non peggio.
    Il "preacariato" deriva dal fatto che la "globalizzazione" ha creato una specie di "mercato unico" del lavoro nel quale ci troviamo ovviamente in svantaggio.
    Basti pensare che nell'edilizia a Milano oltre il 50% del lavoro e' fatto in nero e parallelamente oltre il 50% della manodopera e' composto da immigrati.
    Lavoro nero ed immigrati significa NESSUN CONTRATTO, annesse tutele e quindi annessi costi.
    Il fenomeno si estende poi per osmosi a tutti i settori, vedi delocalizzazione della FIAT nella Europa dell'Est, ecceter.

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  13. @Enio,rimane il fatto che i paninari e i punk esistevano anche prima.


    Bruciamo i computer e torniamo ai 70.

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  14. @kurdt

    gli anni 70, troppo movimentati, mi ricordo quando andavo a prendere il metrò della puzza di gas lacrimogeno che persisteva a lungo nelle gallerie sotterranee...

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